Era il giorno del suo matrimonio, stava sposando un uomo che non amava e prima di salire sull’altare glielo disse. Lui sorrise  e la baciò sulla guancia: “Imparerai.” Indossava uno splendido vestito distratto solo dalla cravatta slacciata, era un avvocato di successo, molto bello e molto ricco, era l’uomo che avevano scelto per lei, tutto il contrario dell’uomo del quale era innamorata. Imparerò. La mia religione mi impone di fare sempre quello che è utile, ciò che serve a salvare le apparenze. Per amore della mia famiglia imparerò. Saremo felici, ameremo i nostri figli, proveremo dei sentimenti, anche se non saranno reali. Quindi decise che sarebbe stata una donna devota, nel bene e nel male. 
Gli strinse le mani e lo guardò come se fosse stata lei il marito, l’uomo, il capo famiglia. Lo sguardo duro, determinato. Ora vai. Aspettami sull’altare. Sia lode a nostro Signore. 
Dopo quindici anni, nel giorno dell’anniversario, suo marito ebbe un ictus. 

Quando lo ritrovò disteso sul pavimento della sala da pranzo stavano per uscire, vestiti come il giorno del matrimonio, quando si erano cambiati subito dopo la messa. Troppo scomodi quegli abiti, troppo seri, troppo importanti.  A faccia in giù, con la bocca che sembrava quasi leccasse il pavimento e il braccio teso verso di lei, sua marito la stava implorando chiamachiamaunambulanzatipregotiprego ma lei non riusciva a muoversi: chi è che ha vissuto gli ultimi quindici anni? E poi, finalmente, arrivò, più forte: libera.
Entrarono in ospedale mentre i bambini uscivano da scuola. I nonni li stavano andando a prendere, e lei pregò loro di non dire nulla, almeno finché non fosse finito il pranzo. E magari dopo il gelato. E dopo i regali. Sua madre aveva già iniziato a lamentarsi: “Che cosa? E ora? Come faremo? Io sono vecchia, come faremo?” Ma lei l’aveva rassicurata ancora prima di avere il tempo di rassicurare se stessa. Corse dentro insieme agli infermieri, suo marito sulla barella, poi qualcuno le chiuse la porta in faccia e allora lei urlò per lo spavento e poi tornò indietro, si osservò nel riflesso della porta a vetri della sala d’attesa, le sembrava di essere ringiovanita e allora scosse la testa e immediatamente scacciò via quel pensiero. Pensò a tutto quello che doveva fare. Tornare a casa, prendere un pigiama, lo spazzolino da denti, il telefonino e il caricabatterie, forse un paio di bottiglie d’acqua, forse un pacco di fazzoletti, libri e giornali, un pacco di biscotti. Pensare a cosa dire ai bambini, rimandare questa cosa al giorno dopo. Fuori dalla sala d’attesa si fece dare una sigaretta. Era forse la prima volta nella sua vita che provava un sentimento così bello e intenso, come l’amore che aveva provato per quell’uomo che non aveva potuto sposare. Era la prima volta nella sua vita che fumava, e lo fece in pochi istanti, mentre ambulanze entravano ed uscivano e uomini e donne conversavano vicino alla porta scorrevole. Se suo marito fosse morto avrebbe potuto prendere i bambini e andarsene. Magari in una città più grande, lontano dai suoi genitori, dove poter ricominciare a disegnare. Disegnare. Quand’è che aveva smesso?Dio come mi piaceva. Magari far vedere quei disegni a qualcuno e diventare una stilista. Una stilista! Oppure lasciare i bambini ai nonni. Erano piccoli, potevano dimenticarsi facilmente di lei. In effetti non gliene era mai importato nulla. Quando diceva loro che li amava amava più sentire la sua voce che lo diceva. Era ancora giovane e molto bella, e la sua vita era lì, tutta nella sua testa. Doveva solo essere libera per poterla realizzare. 
Squillò il telefono, di nuovo sua madre: “Allora? Come sta? Cosa devo dire ai bambini? Che ne sarà di noi?” Mamma, non ti preoccupare, andrà tutto bene. 
Le tremavano le mani. Voleva piangere. Doveva restare. Come faceva a pensare di poter essere felice? Nessuno può essere felice. Non dopo aver già scelto. Non posso tornare indietro. Bisogna pensare ai bambini, alla loro educazione, ai nonni e alla loro vecchiaia, alle case, alle macchine, e il sesso? Sarebbe stato sempre una noia mortale? Qualcosa da fare quando ce ne era bisogno? Quando voleva suo marito? Si accorse di essere eccitata, talmente eccitata che si chiuse nel bagno della sala d’attesa per masturbarsi. Quando uscì l’infermiera la stava cercando,  guardò l’orologio e non si accorse che erano passate due ore. Il suo viso si distese in una maschera mostruosa, come se ci fossero state mille dita a tirarle la pelle. Sorrise. “Allora?”
“Venga con me.” 
Entrò nella stanza dove suo marito era attaccato ad un respiratore artificiale. L’infermiera glielo mostrò come si mostra la stanza di una casa in vendita. Poi il medico spuntò da dietro, una voce lontana. “L’abbiamo preso in tempo. Avrà bisogno di molte cure e molto riposo.”
Tutta la forza che aveva ritrovato in quelle ore svanì. Il collo si spezzò in avanti. Fece un cenno con gli occhi. Poi un altro ancora. Poi li chiuse. “Certo, mi occuperò io di lui. Mi occuperò io di tutto.”

Era il giorno del suo matrimonio, stava sposando un uomo che non amava e prima di salire sull’altare glielo disse. Lui sorrise  e la baciò sulla guancia: “Imparerai.” Indossava uno splendido vestito distratto solo dalla cravatta slacciata, era un avvocato di successo, molto bello e molto ricco, era l’uomo che avevano scelto per lei, tutto il contrario dell’uomo del quale era innamorata. Imparerò. La mia religione mi impone di fare sempre quello che è utile, ciò che serve a salvare le apparenze. Per amore della mia famiglia imparerò. Saremo felici, ameremo i nostri figli, proveremo dei sentimenti, anche se non saranno reali. Quindi decise che sarebbe stata una donna devota, nel bene e nel male. 

Gli strinse le mani e lo guardò come se fosse stata lei il marito, l’uomo, il capo famiglia. Lo sguardo duro, determinato. Ora vai. Aspettami sull’altare. Sia lode a nostro Signore. 

Dopo quindici anni, nel giorno dell’anniversario, suo marito ebbe un ictus. 

Quando lo ritrovò disteso sul pavimento della sala da pranzo stavano per uscire, vestiti come il giorno del matrimonio, quando si erano cambiati subito dopo la messa. Troppo scomodi quegli abiti, troppo seri, troppo importanti.  A faccia in giù, con la bocca che sembrava quasi leccasse il pavimento e il braccio teso verso di lei, sua marito la stava implorando chiamachiamaunambulanzatipregotiprego ma lei non riusciva a muoversi: chi è che ha vissuto gli ultimi quindici anni? E poi, finalmente, arrivò, più forte: libera.

Entrarono in ospedale mentre i bambini uscivano da scuola. I nonni li stavano andando a prendere, e lei pregò loro di non dire nulla, almeno finché non fosse finito il pranzo. E magari dopo il gelato. E dopo i regali. Sua madre aveva già iniziato a lamentarsi: “Che cosa? E ora? Come faremo? Io sono vecchia, come faremo?” Ma lei l’aveva rassicurata ancora prima di avere il tempo di rassicurare se stessa. Corse dentro insieme agli infermieri, suo marito sulla barella, poi qualcuno le chiuse la porta in faccia e allora lei urlò per lo spavento e poi tornò indietro, si osservò nel riflesso della porta a vetri della sala d’attesa, le sembrava di essere ringiovanita e allora scosse la testa e immediatamente scacciò via quel pensiero. Pensò a tutto quello che doveva fare. Tornare a casa, prendere un pigiama, lo spazzolino da denti, il telefonino e il caricabatterie, forse un paio di bottiglie d’acqua, forse un pacco di fazzoletti, libri e giornali, un pacco di biscotti. Pensare a cosa dire ai bambini, rimandare questa cosa al giorno dopo. Fuori dalla sala d’attesa si fece dare una sigaretta. Era forse la prima volta nella sua vita che provava un sentimento così bello e intenso, come l’amore che aveva provato per quell’uomo che non aveva potuto sposare. Era la prima volta nella sua vita che fumava, e lo fece in pochi istanti, mentre ambulanze entravano ed uscivano e uomini e donne conversavano vicino alla porta scorrevole. Se suo marito fosse morto avrebbe potuto prendere i bambini e andarsene. Magari in una città più grande, lontano dai suoi genitori, dove poter ricominciare a disegnare. Disegnare. Quand’è che aveva smesso?Dio come mi piaceva. Magari far vedere quei disegni a qualcuno e diventare una stilista. Una stilista! Oppure lasciare i bambini ai nonni. Erano piccoli, potevano dimenticarsi facilmente di lei. In effetti non gliene era mai importato nulla. Quando diceva loro che li amava amava più sentire la sua voce che lo diceva. Era ancora giovane e molto bella, e la sua vita era lì, tutta nella sua testa. Doveva solo essere libera per poterla realizzare. 

Squillò il telefono, di nuovo sua madre: “Allora? Come sta? Cosa devo dire ai bambini? Che ne sarà di noi?” Mamma, non ti preoccupare, andrà tutto bene. 

Le tremavano le mani. Voleva piangere. Doveva restare. Come faceva a pensare di poter essere felice? Nessuno può essere felice. Non dopo aver già scelto. Non posso tornare indietro. Bisogna pensare ai bambini, alla loro educazione, ai nonni e alla loro vecchiaia, alle case, alle macchine, e il sesso? Sarebbe stato sempre una noia mortale? Qualcosa da fare quando ce ne era bisogno? Quando voleva suo marito? Si accorse di essere eccitata, talmente eccitata che si chiuse nel bagno della sala d’attesa per masturbarsi. Quando uscì l’infermiera la stava cercando,  guardò l’orologio e non si accorse che erano passate due ore. Il suo viso si distese in una maschera mostruosa, come se ci fossero state mille dita a tirarle la pelle. Sorrise. “Allora?”

“Venga con me.” 

Entrò nella stanza dove suo marito era attaccato ad un respiratore artificiale. L’infermiera glielo mostrò come si mostra la stanza di una casa in vendita. Poi il medico spuntò da dietro, una voce lontana. “L’abbiamo preso in tempo. Avrà bisogno di molte cure e molto riposo.”

Tutta la forza che aveva ritrovato in quelle ore svanì. Il collo si spezzò in avanti. Fece un cenno con gli occhi. Poi un altro ancora. Poi li chiuse. “Certo, mi occuperò io di lui. Mi occuperò io di tutto.”

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